Armando Toscano/ agosto 11, 2018/ CORE-lab, News/ 0 comments

Quando si parla di periferie si pensa immediatamente al disagio, ma siamo sicuri che questo sia effettivamente la condizione in cui versa via Padova? E se, più che il disagio, il problema cruciale fosse la difficoltà degli attori sul territorio a dipanare la complessità socio-storica dell’area?

Quando si sente parlare di periferie si dà per scontato di sapere di cosa si stia parlando: in effetti, pare proprio un concetto chiaro in mente, ben definito e semplice da afferrare. Periferia è quella parte degradata della città, lontana dal bel centro. Tuttavia, nonostante questa chiarezza a livello di senso comune, la letteratura sul tema fatica a riconoscere a quelle che noi chiamiamo disinvoltamente periferie (la nostra via Padova è tra queste) questa etichetta.

Periferia viene dal greco, e significa a livello etimologico “circonferenza”. Applicato alla mappa della città, questo modo di concepire lo spazio urbano fa riferimento a una teoria ben precisa, anche se col tempo si sono dissolte le tracce che portano al suo autore, che è Burgess, il quale concepì nel 1925, nel libro The City (Park, Burgess, e McKenzie, 1925), un modello di descrizione e interpretazione dello sviluppo delle città otto-novecentesche che assumeva il cerchio come geometria principale. Secondo l’autore, a partire da un centro in cui sono concentrati i principali affari della città (Central Business District), si procede verso un anello fatto di fabbriche (Factory Zone), uno di piccole industrie e attività commerciali (Transition Zone), uno di residenze operaie (Working Class Zone), uno per la classe media (Residential Zone) e infine la zona in cui vivono le persone che si spostano quotidianamente per raggiungere il lavoro (Commuter Zone).

Già nel 1945, però, Harris e Ullman mettevano in crisi nel libro The Nature of Cities il modello concentrico, preferendo descrivere le città come organizzate in nuclei molteplici in cui possiamo distinguere una zona in cui si concentrano gli affari (anche qui chiamata Central Business District), un nucleo centrale che raccoglie le attività di commercio all’ingrosso e la manifattura leggera, una zona residenziale povera, una media, una alta, un distretto degli affari dislocato, un nucleo di manifattura pesante, sobborgo industriale e sobborgo residenziale.

Ad ogni modo il termine periferia può adattarsi allo sviluppo di alcune città metropolitane italiane, per il solo fatto che la pianta di queste spesso è l’esito di vicende storiche. Osservando il caso di Milano, vediamo che effettivamente è possibile identificare un nucleo primario, costituito dall’insediamento celtico che si è protratto entro la stessa cintura praticamente fino all’arrivo degli Spagnoli (con le dovute semplificazioni). Il nucleo medioevale costituisce in numerosissime città italiane il cosiddetto centro storico, un’espressione che non trova equivalente in altre lingue dato che denota un processo di sviluppo tipico degli antichi Comuni italiani e tedeschi.

Se da un lato si è quindi identificato ciò che costituisce il centro nelle città italiane, più difficile è denotare la periferia; anche in questo caso aiuta seguire un tracciato storico. Con l’esplosione demografica del XIX secolo, dovuta ai grandi progressi in campo medico, e con la perdita di importanza delle mura cittadine in quanto presidio militare, la popolazione ha iniziato a espandersi al di fuori di queste, aumentando allo stesso tempo anche nei piccoli borghi che circondavano i grandi Comuni; assistiamo quindi a una crescita anche costruttiva che porta all’espansione del perimetro contemporaneamente della città e degli agglomerati di cascine, quali Gorla, Turro, Crescenzago (ma ogni città ha i propri), che quindi si avvicinano progressivamente. L’insieme di questi borghi, a Milano, venne istituito come unico Comune, detto “dei Corpi Santi”, che fu annesso a Milano nel 1873.

Questo modello di sviluppo riflette perfettamente quello di una rete, dove possiamo identificare un hub e diversi spoke, ossia un nucleo principale e diversi nuclei secondari, collegati da vie di trasporto che permettono lo scambio di risorse. È lungo tali rotte, soprattutto, che si sviluppano le nuove costruzioni, quasi sempre popolari, in risposta al bisogno abitativo di una nascente classe operaia.

Ecco quindi la prima periferia, formata da due strati sovrapposti:

  • gli antichi centri dei borghi (piazza del Governo Provvisorio, ad esempio);
  • uno sprawl interno, che si è sviluppato prevalentemente tra hub e spoke, riflettendo la capacità attrattiva che il centro storico dell’hub riusciva ancora a esercitare nei confronti degli ex-borghi.

Con il boom economico, tra gli anni ’50 e ’60 del secolo scorso, si può dire che si completò l’opera di diffusione interna delle costruzioni, arrivando a definire un tessuto urbano fitto e denso, in cui iniziò a concentrarsi però anche disagio sociale legato ad almeno tre fattori:

  1. la prima congiunzione (inizi ‘900) tra hub e spoke è avvenuta prevalentemente per espansione dei quartieri popolari, rispetto ai quali l’attenzione è stata soprattutto sanitaria più che socio-educativa;
  2. durante gli anni del boom edilizio non vi fu una vera e propria razionalità organizzativa a governare il processo di costruzione, piuttosto si arrivò a cementificare a tamburo battente numerosi ettari con lo scopo di dare spazio a politiche keynesiane;
  3. sempre negli anni del boom, lo sprawl interno ha assorbito le ondate migratorie dal Sud, intensificando il livello di conflitto sociale da un lato, dando luogo a comunità estremamente coese e solidali dall’altro.

Pensando a via Padova, potremmo quasi fermarci qui, se non fosse che gli anni ’80 sono stati determinanti in quanto hanno impresso due spinte fondamentali: da un lato hanno portato lo sprawl verso l’esterno, ossia la diffusione delle zone edificate è stato mosso da spinte centrifughe; questo ha dato il via alla nascita di un terzo strato delle periferie, che chiameremo, appunto, sprawl esterno. Dall’altro, la diffusione dell’eroina a partire dall’81 ha portato numerosi gruppi di protesta operaia a convertirsi in bande criminali, conducendo a una recrudescenza della narrazione sul degrado delle aree periferiche (che erano davvero pericolose in quegli anni). Bisogna però sottolineare che via Padova non fu mai protagonista in questo senso, in quanto i punti caldi per lo spaccio di eroina furono piazza Aspromonte e piazza Udine.

Sono molte le lezioni che possiamo trarre dalla Storia, cercando di riassumerle si può dire che:

  • parlare di “periferie” non ha senso, in quanto ogni realtà è internamente composita e complessa, ogni strato di storia ha portato con sé problemi diversi che hanno riguardato gruppi di popolazione distinti;
  • intervenire oggi sul disagio significa segmentare la propria azione sui vari strati di popolazione in cui sono andati sedimentandosi i problemi di ciascuno strato di sviluppo;
  • via Padova, ieri e oggi, non racconta di criminalità o degrado, ma della solidarietà quotidiana e dei piccoli gesti che creano l’integrazione, portati avanti spesso più da cittadini comuni, da professionisti o da commercianti che da associazioni (alcune delle quali hanno più la funzione di vivaio politico che di realtà attiva per il benessere delle persone).

Parlare di “periferie” ha senso, in realtà, ma solo in quanto categoria del discorso politico, che ha il dovere di riportare l’attenzione sulle zone rese vulnerabili da anni di errori strategici (sperando che non si ripetano più).

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